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Massimo Cacciari

Interviewed by Elisabetta Valgiusti
for the documentary Enclave Kosovo

We are all committed trying to save this extraordinary monumental, architectural, artistic patrimony, still very little known because it was already an emprise to reach Kosovo when there was peace. Practically there were missing any touristic, infrastructural facilities, etcetera. Figure it out now. So, it’s a question of one of the most extraordinary European monumental, architectural, artistic patrimony, already unknown and that now runs the risk of an almost total destruction. Kosovo was the center of the great Serbian, such it was still the Turkish conqueer. The great Serbian state included a territory like the actual Serbia and Montenegro that arrived at Albania, arrived till the Epiro, at Tessalia, that is to say a huge territory transient among Byzantine world, Slavic world and Latin world.

And these churches, these fresco cycles, are an extraordinary witness of this exceptional period of art, of the European culture. I repeat it, some of these churches, some of these convents and monasteries, and the painting and frescoes there kept are absolutely unique and witness the encounter of these different cultures.

I repeat it, it is like if we would risk to loose the great byzantine churches of Salonicco, of Epiro, of Castoria. It is something unbelievable that it does  not come a mobilitation at the highest level of European political responsibles to do all the possible to save this patrimony.

For 10 years it triggered and perhaps is still running the most savage of the civil wars in which the political hate mixed and multiplied with the religious hate and therefore the symbols of the Christian culture have been violently attacked by the Albanians, from the component, let’s say, Islamic of the Kosovo population. And probably all of this is explainable from a point of view, how to say, political- social. We have to prevent that this political hate, that these ethnic conflicts, social ones, may destroy a patrimony that is a patrimony of all of us. That was preserved substantially along all the centuries of Turkish rule. Because the Turkish have, yes, transformed many churches in mosques, etc, therefore destroying them in a great part but of the things, and they are a lot, we are speaking about, of the numerous monasteries, convents, churches still standing up, well, these have passed practically undamaged through centuries. And among other things, also this has to be underlined, many of these monasteries were in a perfect state of conservation, extraordinary. With all the more reason, the immense regret for their destruction.

ALLARME PER IL KOSOVO

Intervista a Massimo Cacciari di Tommaso Di Francesco
da IL MANIFESTO del 28 Ottobre 2006

Sul grave allarme lanciato dall’Unesco ieri con una disperata dichiarazione di fallimento e impotenza nei riguardi della promessa «protezione del patrimonio artistico e culturale del Kosovo e Metohja», abbiamo rivolto alcune domande a Massimo Cacciari, sindaco di Venezia e da sempre impegnato nella difesa non solo dei siti ortodossi del Kosovo ma di ogni vestigia umana che rappresenti il legame storico tra i popoli contro ogni frattura innaturale e guerra.

Ieri il direttore dell’Unesco, Koichiro Matsuura, ha dichiarato: «Abbiamo fallito, non abbiamo saputo proteggere i siti ortodossi del Kosovo, le buone intenzioni non si sono trasformete in progetti nonostante la nostra conferenza di Parigi del maggio 2005, i team di esperti, le liste di monumenti e opere da ricostruire, i fondi mai usati…». Come giudica questo annuncio allarmante fatto per la prima volta da un organismo così rilevante?

Massimo Cacciari: Sono davvero preoccupato. Non ho notizie recenti sulla situazione in Kosovo, le ultime notizie che ho risalgono a qualche mese fa, quando si è tenuto a Venezia un convegno anche con filmati-reportage del giornalista veneziano, Maurizio Crovato. Mi sembrava, anche dalle sue testimonianze – certo di prima dell’estate – che ci fosse un impegno per la protezione di quei siti, che ci fossero soldati, soprattutto italiani, impegnati nella salvaguardia dei monumenti. Il tutto era abbastanza rassicurante.

L’Unesco, con la dichiarazione di fallimento, lancia un grido d’allarme, significativamente a pochi giorni dal nuovo appello che dal monastero di Decani invia Padre Teodosjie sul rischio che, senza vigilanza, tutto il patrimonio ortodosso venga devastato. Ricordiamo che dal giugno 1999, con l’ingresso delle truppe Nato, sono stati distrutti ben 150 monasteri e chiese.

Massimo Cacciari: Certo, c’era la sicurezza dei monasteri soltanto perché c’è la presenza abbastanza continua e forte di truppe armate, non perché il clima fosse migliorato o altro. Un impegno dei militari che però all’inizio non c’era stato assolutamente. Tutti ignoravano l’importanza di quel patrimonio e quindi le distruzioni più gravi e irreversibili ci sono state in precedenza. E dopo, grazie all’allarme che si è lanciato, soprattutto qui in Italia, qualcosa si è fatto. Certo non era una situazione tranquilla, nel senso che non c’erano più minacce esplicite, ma restava uno spiegamento importante di forze intorno a monasteri e chiese. Se adesso la protezione si è allentata o rischia di allentarsi, non c’è dubbio che torneranno gli assalti. Tra l’altro fra due giorni faremo proprio qui a Venezia, di nuovo con l’organizzazione Salvaimonasteri e l’impegno del comune di Venezia, un altro convegno-conferenza per denunciare la sorte analoga in Iraq del patrimonio monumentale ed architettonico artistico cristiano. Non siamo in presenza di vestigia assolutamente straordinarie come in Kosovo, però alcune sono testimonianze molto rilevanti della cristianità orientale.

Lei ha spesso definito l’arte dei monasteri ortodossi come un anello decisivo per la comprensione della stessa cultura occidentale. In che senso?

Massimo Cacciari: Nel senso che le correnti architettonico-artistiche dei Balcani sono state per secoli, proprio dal punto di vista formale e stilistico, il ponte tra Occidente e Bisanzio. Quindi è una testimonianza decisiva anche della continuità del tessuto culturale artistico-architettonico europeo nel senso più lato del termine. Se queste testimonianze dovessero scomparire ci sarebbe anche un effetto immediato, si avrebbe una rottura che non c’era, improvvisamente ci sarebbe una frattura netta tra un mondo ormai orientale le cui testimonianze sono state assorbite all’interno della tradizione culturale figurativa islamica e dall’altra parte l’Europa: cioè mancherebbe la testimonianza dal punto di vista culturale artistico e anche simbolico della continuità del tessuto tra Europa occidentale e Medio Oriente.

C’è un’ icona eccezionale nella chiesa ortodossa, l’Anastasis, la «salvezza». Se entrasse in pericolo, simbolicamente confermerebbe solo la guerra…

Massimo Cacciari: Ma è chiaro che il valore simbolico di queste distruzioni è evidentissimo: è cancellare il fatto storico d’importanza immensa per la ricostruzione della cultura, dell’identità delle radici europee che i Balcani sono stati. Cioè un’area di scambio e di relazione culturale e non soltanto di guerra e di massacro. E a quel punto i Balcani, perdute queste testimonianze, non sarebbero altro che una terra di nessuno che segna solo un confine invalicabile. E guarda che cose analoghe possono avvenire anche in Siria, in Iraq, in Iran, dove le testimonianze di questa continuità, di questo tessuto mediterraneo che, anche attraverso guerre, conflitti e violenza più efferata, ha però continuato per secoli a connettere tutta l’area dei paesi intorno al Mediterraneo, dall’Europa fino, non solo al Medio Oriente, ma all’Iraq e all’Iran. E la distruzione di queste testimonianze implicherebbe davvero peggio che lo scontro fra civiltà: la divisione fra civiltà.

Sarebbe il simbolo che ha vinto lo scontro e la divisione…

Massimo Cacciari: Che ha vinto lo scontro, ma lo scontro che produce divisione e basta! Gli scontri ci sono sempre stati nel passato ma non hanno mai prodotto queste lacerazione, queste divisioni. Qui, invece, la divisione di queste testimonianze porterebbe all’assoluta separatezza. Se tu vai in Siria, in Iran, in Iraq e non trovi più nulla che ti riporti alla tua origine. E, mutatis mutandis, è stato quello che in alcune aree europee è stato fatto quando sono stati cacciati i mori, la stessa cosa che si è cercata di fare in Spagna, che si è cercato di fare in Sicilia ecc. ecc. La distruzione di questa presenza per dire «qui loro non ci sono mai stati».

Insomma questa dichiarazione di fallimento dell’Unesco riguarda direttamente anche noi?

Massimo Cacciari: Il fatto è che non è semplicemente la distruzione di un monumento, come fosse – per quanto grave e tragico – se domani dovesse cadere il cupolone del Brunelleschi a Firenze o San Marco a Venezia. Qui è un’altra cosa: non è la distruzione del monumento, ma un atto politico e culturale di importanza immensa perché nelle prossime generazioni l’inesistenza di queste testimonianze vorrà dire dimenticare la continuità del tessuto storico culturale e artistico tra queste regioni, che ha attraversato anche attraverso i conflitti più duri.

Cardinal Georges Cottier

Intervista di Elisabetta Valgiusti
per documentario Our Lady of the Rosary

Il Rosario è una forma di pietà popolare abbastanza speciale mi colpisce che Magistero della Chiesa si è molto impegnato a favorire, organizzare e promuovere questa pietà popolare che è diventata una forma della preghiera della Chiesa anche se non fa parte direttamente della liturgia ma è molto vicina ad essa.

Forse per capire questo dobbiamo tornare alle fonti, alle origini.

Durante i secoli la grande massa di cristiani non sapeva nè leggere nè scrivere. Poi l’ufficio divino anche con l’evoluzione delle lingue è sempre continuato nella nostra chiesa di rito latino ad essere un ufficio in lingua latina quindi c’era una distanza inevitabile nella liturgia ufficiale della Chiesa affidata prima di tutto ai religiosi ai monaci e monache rispetto alla preghiera del popolo di Dio che assisteva e conosceva bene la messa ed aveva fede. Ma partecipare alla preghiera stessa era una difficoltà a causa della lingua e della cultura. E non a caso il Rosario è stato prima chiamato il salterio dei poveri, nella struttura il salterio è la base della preghiera della chiesa, quello che chiamiamo il breviario, l’ufficio cantato dei monaci, il breviario del povero vuol dire che si riproduceva nel numero di 150, sono 150 salmi distribuiti adesso in 4 settimane ma fino al Vaticano II in ogni settimana si recitavano 150 salmi.

Il Rosario ha come base 150 Ave Maria distribuite secondo delle decine, a ciascuna di queste si recitava il Padre nostro.

Questo è l’aspetto più esteriore.

Ma ci sono anche due intuizioni grandissime…

La struttura primaria, materiale, sono questi 150 salmi divisi x decine di ave maria, con un’introduzione ad ogni decina di un paternostro, ma c’è cosa molta più bella. Facciamo un passsso avanti verso l’interiorità: siamo invitati a meditare per ogni decina un mistrero dela vita di Gesù, dunque, non soltanto l’ufficio della chiesa, non soltanto il salterio del povero, ma sempre nella preghiera cristiana i salmi sono letti alla luce del Vangelo.

Allora, c’è anche una memoria evangelica. I grandi episodi della vita di Cristo e della chiesa all’inizio sono riassunti e questo è molto importante perchè se noi entriamo in una chiesa e sentiamo delle persone anziane recitare il Rosario è una ripetizione noiosa, meccanica, ma questo è l’apparenza. Certo, il Rosario può essere recitato meccanicamente ma non è bene. Se il Rosario è recitato con il pensiero e l’anima aperta, ogni decina copre un mistero della vita evangelica. Così si può dire che in una certa maniera il rosario è il vangelo del povero perchè è vero che i poveri ascoltavano la predicazione e l’annuncio del vangelo alla messa domenicale e quotidiana, ma di più per interiorizzare e meditare queste cose avevano a disposizione i misteri del Rosario.

Tradizionalmente sono tre gruppi di 10, gioiosi, dolorosi e gloriosi. Poi papa GP II che era un grande devoto del Rosario ha aggiunto i misteri della luce perchè si era reso conto che alcuni misteri del nuovo test non figuravano nell’enunciazione dei misteri del Rosario.

Sicccchè adesoo sono 4 gruppi gioiosi dolorosi gloriosi e della luce. E qui abbiamo una ricchezza enorme e perciò se vogliamo capire bene il senso del Rosario è un veicolo direi della vita contemplativa. Uno che vive bene il rosario à condotto alla contemplazione dei grandi misteri. C’è qualcosa di geniale nell’invenzione di questa preghiera.

Storicamente il Rosario è molto legato all’ordine domenicano, La tradizione che non è verificabile dice che all’origine del Rosario ci sarebbe san Domenico stesso. Ci sono diversi dubbi fra gli storici. Ma è certo che è una pratica cominciata presto nell’Ordine che ha una devozione molto sottolineata alla Vergine Maria. La nostra devozione mariana ci portava verso il Rosario.

Questa devozione si organizzò sempre di più e nel Medio Evo, nel 1200-1300 nascono le fraternità che sono dei gruppi legati al terzo ordine, sono gruppi di laici che vogliono vivere più da vicino la spiritiualità di un ordine. Tutti i grandi ordini, i carmelitani, i francescani, i domenicani hanno avuto gruppi del 3° ordine che diventano spesso delle confraternite. Una confraternita significa una fraternità più estesa che comprende altri gruppi all’interno.

La confraternita non è lo stesso che il terzo ordine perchè il terzo ordine è legato all’ordine. Invece le fraternità e le confraternità le troviamo anche nelle parrocchie. Abbiamo fraternità nate sulla base di devozioni più o meno diverse sulla base di scopi di carità verso i poveri verso i malati o devozione verso la preghiera stessa.

Ben presto la santa sede dovette mettere dell’ordine e disciplinare queste questioni perchè si trattava della cosa più importante della chiesa che è la preghiera. E così sono nate queste fraternità e confraternite del. Rosario che esistono ancora oggi.

La principale confraternita che era il punto di riferimento dei Papi era quella della Minerva a Roma e a partire dalla Minerva si diffuse dappertutto.

Un’altra cosa mi colpisce molto, è che i Papi si sono occupati molto del Rosario non soltanto per disciplinare queste correnti di devozione popolare ma anche per incoraggiare la gente a pregare L’esempio è la festa liturgica del santo Rosario del 7 ottobre, cioè la 1° domenica di Ottobre. Ottobre è il mese del Rosario in cui siamo invitati a pregare più attentamente il rosario. I papi insistono anche sulla recita del Rosario in famiglia come ha anche affermato Papa Francesco.

Sono anche molto importanti i commenti del Rosario che indicano come dire bene il rosario che è una via di preghiera cristiana molto profonda.

Molti dei nostri santi domenicani sono stati grandi devoti del Rosario.

Qualche volta penso alla gioventù. Il Rosario per i giovani può essere difficile, c’è una certa repulsione, di primo acchitto sono impressionati dalla ripetizione delle avemaria che è quasi una cantilena. Certo la cantilena può essere noiosa per la gioventù e meno per chi ha un’età, Ma direi che questa è la copertina, l’esteriore della preghiera del rosario. Facendo lo sforzo di recitare le ave maria, ritornarndo alla nostra interiorità, pensando ai misteri del Rosario come l’Annunciazione a Maria, la visitazione, la presentazione al tempio, la nostra memoria si fissa su episodi grandissimi del Vangelo. Così veniamo condotti alla vita di contemplazione. Contemplazione che va accompagnata dal silenzio interiore davanti a questi misteri. Quindi, è parola e silenzio insieme.

Mi spiego.

L’aspetto che ho chiamato ripetizione, cantilena, può sembrare una cosa monotona ma cosa fa? Fa una cosa che trovo molto importante: mette la pace nella nostra immaginazione perchè la nostra immaginazione è sempre in movimento. Conosciamo tutti il problema della distrazione. Il Rosario è un grande rimedio contro la distrazione perchè questo aspetto di cantilena fissa l’immaginazione e così l’interiorità dell’anima è nella pace e nella tranquillità e può essere liberata per la contemplazione.

Penso che se facciamo il passo, lo sforzo, anche nei periodi in cui può essere più diifficile, al limite noioso, che è una tappa da passare ma che se paasiamo questa tappa abbiamo un mondo di preghiera bellissimo.

Questo mi sembra uno dei segreti del Rosario e spiega l’attaccamento di tanti santi al Rosario.

Il beato GP II era un grande devoto del Rosario, lo recitava sempre e si sa che grande spirituale è stato questo Papa e che ha dato grnde impulso alla pratica del Rosario.

Leone XIII e tutti papi del tempo moderni hanno insistito su questo, sulla ricchezza contemplativa e direi evangelica del rosario.

Questo va di pari passo con la scoperta moderna della devozione che c’è sempre stata a Maria santissima. E’ certo che nei tempi moderni la chiesa capisce sempre di più l’importanza di Maria nell’economia salvezza. E questo va sempre insieme.

Ieri era la festa di Nostra Signora di Fatima, penso a Lourdes, e tanti altri luoghi di preghiera, ma più profondamente un grande testo mariano il capitolo sulla Vergine Maria della costituzione del Vaticano II sulla chiesa dove Maria è presentata come il cuore della chiesa, il modello della chiesa, Quindi, la Chiesa come tale è mariana e Paolo VI l’ha cosi ben capito che dopo la promulgazione di questo testo ha proclamato Maria madre della Chiesa, ed adesso è entrato nelle litanie della vergine Maria. Tutto questo è la presa di coscienza a cui è legato il nome del santo, che era anche terziario domenicano, s. Luigi di Montfort sulla devozione a Maria.

Tutto questo spiega l’importanza, non vorrei sbagliarmi ma forse è l’unico caso, di come una preghiera che viene sì da un ambito popolare ma anche da ambito delle fraternità abbia preso posto nella liturgia universale della Chiesa.

La domenica o il 7 ottobre, la domenica del Rosario ed anche il mese del Rosario fanno parte della vita della chiesa cattolica come tale.

La devozione viene promossa soprattutto dall’Ordine Domenicano e normalmente vengono raffigurati S. Domenico e s. Caterina con la Vergine del Rosario.

Nei primi testi dell’Ordine c’è l’ufficio della Vergine Maria del sabato, tutti gli aspetti della devozione domenicana legata a Maria.

Per esempio, si leggeva il grande ufficio ma prima c’era piccolo ufficio che era alla Madonna.

Fin dall’inizio c’è questa devozione grandissima. Così si capisce che i nostri predicatori si sono trovati a sistemare queste cose.

 

Archbishop Boutros Marajati

Interviewed by Elisabetta Valgiusti
for SYRIA’S CHRISTIAN EXODUS – 2014

Aleppo is the Martyr city in Syria. Unfortunately, we have arrived at this level, and our people have suffered too much for this war. None of us would ever expect something like this. Aleppo was an open city. One of the best Armenian poets said Aleppo is the city of the dreams, but now it is only a destroyed city, It is a city where people used to live very well, where Muslims and Christians were getting along for centuries. We were living together in the same areas, in the schools, in the universities, and in the hospitals. There has been always a mutual understanding between us that gives an example to all the Arabic Muslim countries. In Aleppo, the relationship between Christians and Muslims was not a false relationship but a friendly one, because we had everything in common: our life, our language, our history, our future. Everything was in union between Christians and Muslims. We Christians had complete freedom of worship, our churches and schools were open, and there were many congregations. We used to make our religious processions in the streets. In Syria Christians were not second class citizens, but instead they had all the rights. There were even Christian ministers in the government and Christian members of the Parliament. There were Christians in the university and in all levels of the Syrian society and culture We had a role of primary importance. Of course, not everything was excellent in Syria, not everything was smooth. There were a lot of things that needed to be renewed, and we went on with the good will to do better. But then revolution started, the rebels arrived, and the rebellion has become more and more armed over time. It has become something out of any expectation. Now we see that these rebels are fanatics that do not want to change the government in order to have a better government, to have a greater democracy, a major openness. On the opposite, it happened something fearful, that innumerous terrorists from abroad came in, foreigner militias of all kinds. Christians are not safe anymore – Among the locals, some of the poorest have joined the rebels for money and others for religious fanaticism or without clear motives. This continues to happening in the small cities. It has to be underlined that the war did not happen in the capital, in Damascus. Usually a revolution should start in a capital to be successful. In Syria it was completely different from Iraq, or Tunisia, or Egypt, where the rebellions started in the capital city. While in Syria the rebellion started in some peripherical villages and towns. Regarding the great history and Culture of Syria and its antique civilization, many destructions have occurred. The citadel and the suk of Aleppo, the shrine of St. Simeon the Stylite, Palmyra, Crac des Chevaliers, were heavily damaged. Many sites were used as battle fields and have been destroyed. 1616 We received and are still receiving some aids. But for all of those poor refugees who fled Syria and are living under tents, who can help them? Not only practically but also psychologically. These children saw the death, the bombings, and the blood. Many lost their mother, their father, and their brother. How they will grow up? What kind of life will they live? These are the people that left. But by now a mentality took shape, a mentality we are not used to, especially in Aleppo. It is a mentality we are not used to in Aleppo, and now everyone is left begging, they have all become beggars. The rich have fled the country and the poor became more and more poor: Even the mid class, that is a majority, has become poor. Now they come to the church to find aid in money and food. Those who were once supporting our charity societies now have become the poor for whom we must provide aid. It is a very critical situation. Notwithstanding the terrible situation here, we remain confident that we have a force to help the people, to help our faithful not to loose hope. And this hope stays (remains) To be sincere, our hope is not in men but only in the Lord, God our Saviour. Our consolation up to now is that our faithful did not leave the church. In these times of darkness, of worry, of enormous difficulties, our faithful keep coming to the church. They find relief in their faith, they ask the Lord for help, and they feel close one another. So, our churches continue to be filled with people. We never interrupted our pastoral, our celebrations, people come and pray. This is a good sign that there is still life. On the other side, we have motive of deep pain. Those who did not flee to live under the tents, unfortunately live here in their homes like refugees. A person who has no electricity, no telephone, no gas… what is he? Of course, he is living in his house, but he is a refugee in his own home and he needs help. We think they are really poor, they became really poor. It is heartbreaking, the sight of all these gentlemen and ladies of good families that stay in queue and wait for a ration of bread, of sugar, of food, for some gas. They all wait for a little bit of help. People want peace. They cannot take anymore. They tell me “we are tired, when will all of this end?” We entered a tunnel and let’s hope to see some light at the end. We ask for the cease fire, and then we want a dialogue because at the end of a war nobody comes out as a winner. All of us are losers and we lost Syria, we lost Aleppo, we lost our souls. Then we’ll start to rebuild. Of course, it is easy to rebuild the stones, but it is much more difficult to rebuild the people, the foundation of the civilization. Because there are so many people that have blood stained hands, the blood of their brothers. And that blood cry out to God. But we believe in forgiveness. We believe that God can forgive any sin. And that it is possible to start all over again, that is possible to forget and to rebuild this country to be more beautiful and more attractive than it ever was. And it is possible that Syria will become again a country of peace and of fraternity among all religions and all people.

Archbishop Mikhael Al Jamil

                                                        IΡAΘ

Mεσοποταμια

del primo Uomo

della prima Rivelazione

della prima Legge     

 

Parlare d’Iraq somiglia ad un viaggio in un passato più antico di Adamo, un viaggio nel passato, ma con proiezione nel futuro; un futuro con un cielo cupo e orizzonti che prendono sempre più i colori del dolore,  ma gli Iracheni rimangono sempre loro stessi e cioè Sumeri, Babilonesi, Assiri, ossia incantati viaggiatori in un mondo dove la grandezza del passato si sposa con la tragedia d’oggi per dare nascità ad un domani bello ed a un frutto di grandezza e d’orgoglio.

Dal IV al II millennio a.C. la Mesopotamia conobbe civiltà straordinarie.

Calpestarono quel suolo reso sacro da queste civiltà Re come Hammurabi e Sargon, Assurbanipal e Nabucodonosor, Ciro e Cambise, Mitridate e Shapur, Dario e Serse, Alessandro Magno, Traiano, Settimio Severo, Valeriano e Giuliano l’Apostata.

La continuità della memoria e del tempo non sono state scalfite né dal Cristianesimo, né dall’Islam. Non ci sono state conquiste, né rinunce di alcun genere. Così come la terra assorbe uragani e stagioni, l’Iraq ha assimilato nel proprio tessuto gente di passaggio, guerrieri o viaggiatori, gli ha fatti suoi, ma sempre restando se stesso, cioè Sumero, Accadeo, Assiro e babilonese.

Non considerate, dice lo scrittore Pierre Rossi, non considerate mai l’Iracheno come un uomo ingenuo, pronto a chinarsi davanti ai miracoli della vostra scienza. Non è ancora nato colui che riuscirà a stupire l’iracheno: egli proviene da molto lontano, proviene dal Diluvio.

Tigri ed Eufrate

Due mitici fiumi che ne hanno sempre rappresentato le arterie vitali naturali. Pianure infinite e passaggi che potremmo definire orizzontali; città costruite “ orizzontalmente” con l’eccezione dei Campanili, dei Minareti e delle ”Ziggurat” che forse rappresentano per l’uomo il tentativo di arrivare a Dio, creatore d’Adamo. Dio che si rivelò ad Abramo nella città di Ur in Caldea. Dio degli Ebrei, dei Cristiani e dei Musulmani.

Fede e Cultura

Il Cristianesimo in Iraq ha messo radici fin dal primo secolo dopo Cristo per mezzo di S. Tommaso apostolo. Da allora il cristianesimo è cresciuto e si è sviluppato a macchia d’olio fino al culmine raggiunto nel IV secolo. In quel tempo la Chiesa di Mesopotamia ha conosciuto i suoi maestri più importanti, i suoi padri e i suoi santi, proponendosi come Chiesa missionaria che ebbe la forza di spingersi fino in Cina.

A questi cristiani iracheni si sono aggiunti i cristiani provenienti dalla Penisola Araba (Arabia Saudita attuale) e quelle Famiglie: Nagiraniti e Taglibiti che furono cacciati via all’inizio dell’ Islam della Penisola araba verso Kufa in Iraq.

L’anno 633 l’Islam prese l’Iraq. La Chiesa Irachena incominciò un lento ma continuo declino. Però nel tempo dei Califfi Abbassiti (VIII-XIIs.) i cristiani testimonieranno di uno sviluppo culturale eccezionale. Erano loro a gestire l’Università di Baghdad “ LA SAPIENZA”, la prima Università nel mondo. In effetti, sono i Cristiani che hanno insegnato al nuovo regime Arabo-Musulmano, gli elementi culturali quali: lettere, filosofia, astronomia, fisica matematica e medicina.

Sono numerosi i medici, scrittori, funzionari ed esperti nelle varie branchie dell’amministrazione e dell’economia, che hanno organizzato lo Stato Musulmano Arabo come ad esempio Sergio, figlio di Mansour, e suo figlio San Giovanni Damasceno per l’economia, Honain Ben Isaac, Giorgio, figlio di Bakhtisho e suo figlio Gabriele per la medicina, Teofilo figlio di Tommaso d’Edessa per l’astrologia, ed altri numerosi traduttori delle opere dei filosofi greci o scrittori nei palazzi dei Califfi e dei Governanti.

(…)

La Chiesa e la Guerra contro l’Iraq

Da quando il rischio di un attacco contro l’Iraq si è fatto più evidente, i vertici della Chiesa cattolica, sia in Iraq che nell’Occidente, si sono pronunciati ripetutamente e in modo inequivocabile sulla questione.

Giovanni Paolo II ha rinnovato senza sosta e con la massima chiarezza i suoi appelli alla pace. Nel messaggio rivolto al mondo in occasione del Natale 2002 ha chiesto di “ spegnere i sinistri bagliori di un conflitto che con l’impegno di tutti può essere evitato”. E nel primo giorno del 2003, consacrato alla causa della pace, ha pregato

“affinché siano ricercati mezzi pacifici di composizione ispirata da una volontà d’intesa leale e costruttiva, in armonia con i principi del diritto internazionale.”

L’appello più forte e più esplicito è venuto il 13 gennaio 2003, nel discorso che Giovanni Paolo II ha rivolto al corpo diplomatico accreditato presso la santa Sede: “ Che dire” si è chiesto il Papa “ delle minacce di una guerra che potrebbe abbattersi sulle popolazioni dell’Iraq, terra dei profeti, popolazioni già estenuate da dodici anni di embargo? Mai la guerra può essere considerata un mezzo come un altro, da utilizzare per regolare le contese fra le nazioni…..”

Questo atteggiamento del Papa e di tutta la Chiesa nel mondo è stato apprezzato dai musulmani e ha sgombrato dalla loro mente ogni senso di Crociata contro il mondo islamico. Sono tanti i Capi religiosi musulmani che hanno ringraziato pubblicamente il “ Papa e tutte le Chiese Occidentali”. Così i cristiani dei paesi musulmani sono stati risparmiati da molti dei pericoli che avvengono in tali drammatiche circostanze.

 

Mikhael AL JAMIL

Arcivescovo Procuratore Patriarcale

di Antiochia e di Siria presso la S. Sede

 

Cardinal Oswald Gracias

Interviewed by Elisabetta Valgiusti
for documentary INDIA’S CHRISTIANS.

La Chiesa cattolica rappresenta una piccolo minoranza in India. Siamo l’1,8% della popolazione , che significa 18 milioni di persone su una popolazione di più di un miliardo. I Cristiani nell’insieme sono circa il 2,3% della popolazione. Ma la Chiesa cattolica pur essendo piccola è una chiesa forte, abbiamo 164 diocesi. Abbiamo tre riti in India, tre chiese . La chiesa latina, la più grande ha 134 diocesi, la siromalankarese e la siromalaberese hanno 34 diocesi.

La nostra chiesa è molto organizzata e ben strutturata e vi sono zone dove la Chiesa è più forte in termini di percentuale di popolazione come in Kerala con una presenza cristiana del 20% , a Goa del 40% ed anche di più nel nord est , nell’area di Ranchi. Direi che siamo una Chiesa vitale anche se piccola. Le nostre parrocchie sono piene, i seminari sono pieni, abbiamo vocazioni, abbiamo più di 100.000 suore, che è molto, la gente è molto attiva nella Chiesa.

A Mumbai, qui nella mia Arcidiocesi abbiamo piccole comunità cristiane che si incontrano regolarmente, alla Messa domenicale partecipa l’85 % dei fedeli, , e l’India ha anche prodotto validi teologi, validi pensatori. In questo senso, devo dire abbiamo cercato di dare il nostro contributo nel campo dell’inculturazione, per vedere come possiamo effettivamente inculturare la fede in India . Nella liturgia, nella Messa, nell’Eucarestia, negli altri sacramenti abbiamo cercato di portare elementi indiani , della cultura indiana. Nei nostri seminari insistiamo perché si apprenda la cultura indiana. Come è noto, l’India ha una varietà di culture. Gli induisti sono l’80% della popolazione, i Musulmani il 12%, poi ci sono i Sikh, i Jain, i Buddisti, e altre religioni. E ci sono culture, una varietà di culture, se andiamo dal nord al sud dell’India c’è una varietà di costumi, di consuetudini alimentari, una varietà di lingue. E’ incredibile che nello stesso paese vi sia una tale varietà di lingue, oltre ai dialetti, penso vi siano circa 200 lingue. Potete immaginare la diversità!

L’inculturazione è necessaria e cerchiamo di vedere come la fede può essere espressa nell’idioma locale. Credo che questo sia un grande contributo della Chiesa Indiana alla Chiesa universale.

 

Chaldean Patriarch Louis Sako

Interview sample by Elisabetta Valgiusti
for documentary Christians of Nineveh in Exile (2014)

I do not see a clear future for our Christians here. I think everybody has to think on his own. We see that in the same family people are already separated, one is in United States, one in Australia, another in France.

It is like a death. They are uprooted.

So, perhaps the west and also Isil do not have a realistic view.

I think Isil is a suicide tool. What kind of future might have such a locked State? How it could live?

There is no country that can receive hundred thousands of our Christians, France took two hundred people, America took some.

But it is a great loss for the Muslims.

If you see Mosul now, it is worse than if there were the Talibans.

Where there are no Christians there is no life. There is no mosaic, no co- existence, no pluralism.

Where is the world going?